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LE BEATITUDINI

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Matteo 5,9)

Con questa beatitudine Gesù ci lascia ancora una volta una caratteristica per l’identikit della santità, e questa volta è qualcosa che interpella in prima persona noi della Famiglia Mariana Le Cinque Pietre visto che una delle nostre “proprietà” è quella di essere “operatori di shalom”.

Nell’ebraico shalom può significare prosperità, benessere, gioia, giustizia e pienezza di vita indicando quindi qualcosa di compiuto e non di mancante. Non si tratta quindi di una pace soltanto interiore. È inconcepibile una pace che non sia connessa con l’impegno e l’interesse per il bene dell’altro.

immaginiperiodico201905f«La pace è dono messianico e opera umana ad un tempo» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLVI Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2013). Dio stesso è la pace ed è il primo “operatore di pace”. La pace è dono di Dio ancor prima di ogni nostro sforzo umano. Allora per poter essere veri operatori di pace, occorre prima accogliere il dono della pace dentro di noi. Potremo accogliere lo shalom nella misura in cui saremo aperti a Dio attraverso la preghiera.

Ma ecco che la pace è anche opera dell’uomo e ciò «implica il coinvolgimento di tutto l’uomo» (Benedetto XVI). Non si potrà mai essere veri realizzatori di pace se non ci metteremo in gioco fino in fondo, se non iniziamo a cambiare la nostra mentalità. La costruzione della pace non può prescindere dal riconoscimento di chi è l’uomo, dal riconoscimento del suo valore in se stesso e in rapporto a un “noi” comunitario.

«La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana» (Benedetto XVI). La persona umana è sempre in relazione ad un “tu”, non è mai un essere solitario. Allora anche la pace ha a che fare con l’altro che mi interpella. In una società post-globale in cui l’uomo ha paura dell’altro uomo, operare la pace significa «abbattere muri» e «costruire ponti» (Francesco, Videomessaggio all'Assemblea Generale della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, 2016). In una società multi-connessa ma incapace di vere relazioni, la pace si chiama “dialogo”. In uno sgrammaticato mercato mondiale che brama il profitto, la pace si chiama “solidarietà”.

Allo stesso tempo la persona umana ha valore in se stessa, a prescindere dal mancato riconoscimento da parte dell’altro. Siamo così chiamati a una conversione verso l’uomo in quanto uomo. «Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità» (Benedetto XVI). Una visione integrale dell’uomo significa considerare la vita umana in tutte le sue fasi, ovvero dal concepimento alla sua morte naturale, e il bene dell’uomo in tutte le sue dimensioni, sia spirituali sia materiali.

Se saremo disposti a cambiare mentalità e abitudini, potremo anche noi diventare questi operatori di cui parla Gesù. Papa Francesco li chiama “artigiani della pace”, «perché costruire la pace è un’arte che richiede serenità, creatività, sensibilità e destrezza» (Francesco, Gaudete et exsultate, 89).

 

Ci addentriamo ora nella ricchezza del nostro carisma per scoprire ancor più cosa significa per noi essere “operatori di shalom”.

Il nostro stesso crocifisso che portiamo al collo ci ricorda continuamente che lo Shalom è Lui: Gesù. Dalla nostra croce, scolpita dal legno di ulivo, germoglia lo Shalom, dono di Cristo risorto e missione dei frati, delle suore e dei consacrati, appartenenti alla Famiglia Mariana Le Cinque Pietre.

Gesù ci insegna che lo shalom scaturisce dall’Amore della Croce e così diventa anche dono del Risorto, che impegna il credente che lo riceve. Colui che lo ha ricevuto diventa poi operatore di pace.

Shalom è il saluto dei risorti ed è anche il nostro saluto tra di noi e verso coloro che incontriamo. Shalom può essere autentico saluto perché è prima di tutto ciò che viviamo e nostra missione. Tante persone che arrivano nei nostri macanàim dicono di sentire pace. Ciò è perché le pareti della casa sono impregnate del profumo della preghiera. Infatti ci adoperiamo affinché i nostri macanàim siano per noi e per chiunque vi entri «oasi di pace e di preghiera. La nostra vita stessa dovrà essere questa oasi, affinché sia noi che il luogo possiamo diventare un ponte per unire l'uomo e Dio» (Caritas sine modo. Regola di vita dei frati e delle suore di Maria, 8).

A noi è rivolto l’invito: “Siate costruttori della Pace”, e per farlo siamo chiamati ad essere in pace con Dio e con i fratelli. L’operatore di shalom desidera l’unità e lavora per essa. Per costruire la pace il primo mattone è dire a se stessi: “È colpa mia”. È colpa tua e non dell’altro. Questo è uno dei grandi segreti della comunione.

Noi operatori di shalom, sia laici sia religiosi, preghiamo ogni giorno per la pace nel mondo e nelle famiglie. Ma quante energie sprecate per alimentare divisioni quando invece dovremmo impiegarle per la costruzione della pace!

immaginiperiodico201905gSiamo figli della Madre dei poveri, di una Donna vestita col grembiule, di una Madre che desidera l’unità dei suoi figli. Il servizio del primo turno ci caratterizza. Allora mettiamocela tutta per servire la pace. Come? Baciando e lavando i piedi come ha fatto Gesù, come ha fatto papa Francesco. Il papa con questo gesto nei confronti dei leader del Sud Sudan ha messo un mattone per ponti di pace. Invece noi ci facciamo troppo domande prima di metterci a servire e intanto, mentre esitiamo, nelle famiglie e nella società si innalzano muri. Saremo costruttori di shalom nel momento in cui saremo capaci di inginocchiarci per costruire la pace. Il grembiule che indossiamo ci dice che non possiamo stare troppo comodi, dobbiamo smuoverci, il mondo ha bisogno di operatori, l’uomo ha bisogno di pace.

Lo shalom si costruisce con la preghiera, con il sorriso verso l’altro e con la pace con se stessi. Allora a noi l’eroico «compito di camminare lungo le strade con la corona del Rosario in mano, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore» (Caritas sine modo. Regola di vita dei frati e delle suore di Maria, 47).

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